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Barth

Egli fa oggetto della sua riflessione la nozione di esistenza umana, nelle implicanze connesse alla sua contrapposizione a Dio C’è un confine insuperabile, anche dalla stessa religione, tra l’uomo e Dio, per cui all’uomo non resta che riconoscere che l’esistenza Individuale è «nulla» di fronte al tutto. Né valgono i tentativi della ragione, sia quella filosofica che quella teologica, di stabilire un nesso di continuità tra realtà divina ed esistenza umana: l’esistenza si qualifica per la sua condizione permanente di «crisi» rispetto a Dio, perché il rapporto con Lui è impossibile. Dio è sempre al di là, sempre «trascendente», e l’esistenza umana è inevitabilmente segnata, per il suo vincolo ineliminabile alla «carne», dal peccato, dalla colpa. La religione e la filosofia devono quindi condurre l’uomo a questa consapevolezza di sé, alla consapevolezza della sua strutturale nullità, della sostanziale vacuità delle sue possibilità, della sua condizione di solitudine. Solo cosí egli potrà aprirsi all’intervento della Grazia, con cui l’eterno s’innesta nel tempo senza intervento attivo e positivo dell’uomo; al quale, invece, nella dimensione temporale non resta altro che operare un «salto» nell’oscuro, nell’incerto, nel vuoto. 

Ogni divino percepito dall’uomo è solamente un proiettare fuori da sé i propri desideri e le proprie aspirazioni, ipostatizzandole (ovvero ritenendole realmente esistenti fuori da sé come realtà autonome). 

Il divino percepito dagli uomini non è il vero Dio, ma solamente l’aspirazione dell’uomo a raggiungere mete più elevate della sua propria spiritualità. L’elevazione umana verso il divino non è quindi “dono” di Dio, ma iniziativa esclusivamente umana.

 

Questa proiezione da parte dell’uomo delle sue stesse aspirazione è, secondo Barth, il tema centrale di ogni teologia: l’umano tratta solo l’umano. L’uomo non può elevarsi al divino, ogni forma di religione è idolatria (porre come divino qualcosa che è esclusivamente umano). Nemmeno l’avvicinamento a Dio per via negativa, ovvero l’avvicinamento che avviene dopo aver considerato l’impotenza umana rispetto allo scacco della sua esistenza finita può condurre al divino, l’uomo non può conoscere Dio partendo da se stesso. Infine, nemmeno le opere terrene possono condurre l’uomo alla salvezza, nessuna opera umana lo rende meritevole di un destino particolare e determinato in base alle azioni compiute entro la vita mondana: Dio è infatti “l’assolutamente Altro”.

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Einstein

«Non posso concepire un Dio personale che abbia un’influenza diretta sulle azioni degli individui… La mia religiosità consiste in una modesta ammirazione dello spirito infinitamente superiore che si rivela in quel poco che noi… possiamo comprendere della realtà.»
 
 
 «Fra gli scienziati dalla mente più profonda, difficilmente ne troverete uno che sia privo di una sua religiosità, diversa però da quella dell’uomo semplice: per quest’ultimo, Dio è un essere da cui spera protezione e di cui teme il castigo… e per il quale prova un sentimento simile a quello che il figlio prova per il padre.»

Bobbio

‘Dalla osservazione della irriducibilità delle credenze ultime ho tratto la più grande lezione della mia vita. Ho imparato a rispettare le idee altrui, ad arrestarmi davanti al segreto di ogni coscienza, a capire prima di discutere, a discutere prima di condannare. E poiché sono in vena di confessioni, ne faccio ancora una, forse supeflua: detesto i fanatici con tutta l’anima.”
 
 
“Cultura è equilibrio intellettuale, riflessione critica, senso di discernimento, aborrimento di ogni semplificazione, di ogni manicheismo, di ogni parzialità.”
 
 
“La vecchiaia è anche l’età dei bilanci. Ed i bilanci sono sempre un po’ melanconici, intesa alla malinconia come la coscienza dell’incompiuto, dell’imperfetto, della sproporzione tra i buoni propositi e le azioni compiute. Sei arrivato al termine della vita e hai l’impressione, per quel che riguarda la conoscenza del bene del male, di essere rimasto al punto di partenza. Tutti i grandi interrogativi sono rimasti senza risposta. Dopo aver cercato di dare un senso alla vita, ti accorgi che non ha senso porsi il problema del senso, e che la vita deve essere accettata e vissuta nella sua immediatezza come fa la stragrande maggioranza degli uomini. Ma ci voleva tanto per giungere a questa conclusione! ”
 

Pascal

Sono in un’ignoranza spaventosa di tutto … Da ogni parte vedo soltanto infiniti… Tutto quello che so è che debbo presto morire; ma quel che ignoro di più è, appunto, questa stessa morte, che non posso evitare” (cfr. Pensieri, 194 B). Pascal
 
 
Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno creduto meglio, per essere felici, di non pensarci” (cfr. Pensieri, 168 B).
 
 
Noi non pensiamo quasi mai al presente ma è solo l’avvenire che ci interessa : “Così non viviamo mai, ma speriamo di vivere, e, preparandoci ad essere felici, è inevitabile che non siamo mai tali” (cfr. Pensieri, 172 B).
 
 
“L’uomo è manifestamente nato per pensare; qui sta tutta la sua dignità e tutto il suo pregio; e tutto il suo dovere sta nel pensare rettamente” (cfr. 146 B).
 
 
Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce” (177 B). Questo antagonismo è espresso da Pascal nel binomio tra lo spirito di geometria e lo spirito di finezza.
 
 
La cosa più preziosa per l’uomo non è la scienza, bensì la conoscenza dell’uomo in se stesso. “Bisogna conoscere se stessi; quand’anche non servisse a trovare la verità, giova per lo meno a regolare la propria vita. E non c’è nulla di più giusto” (66 B).
  
 
Le prove metafisiche di Dio raggiungono solo un Dio astratto, che appare inutile e lontano dall’uomo, invece il Dio dei cristiani è un Dio vivo, è il “Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe… è un Dio di amore, di consolazione : un Dio che riempie l’anima e il cuore di coloro che possiede” (556 B).
 
 
Desideriamo la verità, e non troviamo in noi se non incertezza. Cerchiamo la felicità, e non troviamo se non miseria e morte. Siamo incapaci di non aspirare alla verità e alla felicità, e siamo incapaci di certezza e di felicità” (437 B).
 
 
L’uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma è una canna che pensa… Quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di quel che lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità che l’universo ha su di lui, mentre l’universo non ne sa nulla. Tutta la nostra dignità sta, dunque, nel pensiero” (793 B).
 
 
Beffarsi della filosofia è filosofare davvero” (4 B). “Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sorpassano” (267 B). Comunque, la filosofia serve da stimolo per cercare altrove le risposte, che si possono trovare nella rivelazione religiosa.