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Cinema

Il posto delle fragole
“Il Posto delle Fragole” di Ingmar Bergman é uno dei capolavori assoluti del cinema mondiale. Così come tutti gli altri film di questo grande genio del cinema. Cos’ha fatto Bergman di così speciale nella sua incredibile carriera? La cosa più difficile: l’esplorazione della mente. In questo caso, associata ad un viaggio: nella memoria. L’idea del viaggio rimanda, esplicitamente, alla psicanalisi. E’ ricordando che si rimettono insieme tanti puzzles individuali, e si riesce a guarire. Soprattutto, ad accettarsi. “Il Posto delle Fragole” é un viaggio all’interno di se stessi. Alla ricerca del proprio tempo perduto, più esplicitamente, della gioia o della malinconia dell’infanzia e della gioventù. Il protagonista, affiancato dalla nuora, ossia dal presente, ritorna indietro nel tempo. Rivedendo il luogo degli affetti, della sua famiglia. Con gli occhi di chi si sente prossimo alla fine della vita. Ricordando l’innocenza iniziale della sua esistenza,in contrapposizione con le esperienze difficili e col cambiamento imposto dalla vita. In questo viaggio, il presente si impone con durezza e dolcezza. Ed ecco degli incontri. Con l’allegria e la spensierateza della gioventù. Con il dolore di un’esperienza finita male. Con la consapevolezza dolente di sua nuora, una splendida Ingrid Thulin, una donna che, in parte, é stata rovinata dalla vita. Ingmar Bergaman ha sempre dipinto molto bene le donne: é una delle sue caratteristiche più spiccate. Le ha sempre dotate di cervello, dolcezza e femminilità. Il personaggio principale, il professore, é il ritrato dolente di una vecchiaia che ricerca un pò di gioia di vivere. La scena iniziale, l’incubo, con gli orologi privi di lancette che significano l’approssimarsi della morte, é stemperato da un ottimismo sempre crescente. Ricordando, si ci accetta. Si capisce di aver vissuto. Nel bene e nel male. Si ritorna nel “Posto delle Fragole” per dare un senso positivo alla propria esistenza. Si ritorna nel luogo degli affetti, nei visi delle persone care del tempo della felicità dell’innocenza. Un meraviglioso film sul modo di accettarsi e di accettare la vita. E la sua fine. Ricordando. Solo uno dei capolavori di Ingmar Bergman: il più grande esploratore della mente del cinema mondiale.

 

Stalker

Non c’è alcun dubbio che questa sia un opera eccezionale. Per convincersene basti pensare a come Tarkovskij riesca, senza l’utilizzo di alcun effetto speciale e senza mai mostrare nulla di strano o futuristico, a trafiggere lo spettatore con emozioni e pensieri profondissimi, facendogli provare, allo stesso tempo, incertezza, angoscia, dubbio, mistero, sorpresa, tristezza, malinconia e rassegnazione.
La strana “Zona”, che i protagonisti vogliono esplorare, è contraddistinta da una natura fortemente mistica ed imprevedibile. Dunque, per poterla attraversare con sicurezza occorre conoscerne il linguaggio, i segreti, essere capaci di percepirne i misteri, di abbandonarsi completamente ad essa e compiere, nei suoi riguardi, un atto di fede.
Si dice che, una volta raggiunta una particolare stanza all’interno di un rudere abbandonato, possa essere esaudito il desiderio più profondo del proprio essere.
Per arrivare a destinazione occorre una guida, uno Stalker, che sappia portare i pochi, fortunati e degni uomini al cospetto del proprio desiderio più recondito.
L’occasione spetta ad uno scienziato e uno scrittore, categorie universali attraverso le quali è rappresentato l’uomo contemporaneo.
Perché di questo si tratta. Attraverso un interpretazione magistrale degli attori, una fotografia curatissima, un ritmo volutamente dilatato, l’utilizzo del colore e del bianco e nero in maniera quasi espressionista, il regista riesce a tracciare un’approfondita analisi dell’uomo contemporaneo.
Mostra le due facce della stessa medaglia, le due strade possibili per intraprendere la via del nichilismo, della perdita dei valori, dell’abbandono della fede e della bellezza mistica che contraddistingueva la visione medioevale del mondo.
Tarkovskij mostra allo spettatore la grandezza che è stata perduta, la possibilità di credere incessantemente in qualcosa che dia un senso a tutta questa vita, che mostri lo spessore e l’importanza di ogni azione compiuta, che renda incredibile ogni attimo vissuto e possa far guardare ogni cosa con occhi diversi, con sguardo incantato.
La poesia e l’incanto del rimanere inconsapevoli ed ingenui nei confronti del mondo è, per il regista, ciò che è stato perduto, e che deve essere necessariamente riguadagnato per poter ricreare le sensazioni di stupore di cui abbisogna ogni essere umano.
Ma la riconquista della fede, o meglio, della spiritualità, cozza inevitabilmente con ciò che persegue l’umanità contemporanea, tanto disincantata d’aver perso ogni speranza di felicità ed essere pronta ad annientare ogni cosa in qualsiasi momento, anche attraverso l’ausilio del frutto più amaro della scienza: la bomba atomica.
Infine, oltre alle importanti implicazioni di carattere filosofico, quest’opera mostra in maniera inequivocabile l’inesauribile potenza del pensiero, grazie al quale, solo con l’induzione di possibili ed incerte immagini, viene ricostruita ogni emozione, senza che, di fatto, accada mai nulla di particolare.
Questo film è, dunque, come l’impalpabile acqua delle molte scene; scorre via come se non si riuscisse a carpire il senso profondo delle cose, ma, una volta concluso, ci si accorge d’esserne inesorabilmente impregnati.

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