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Barth

4 marzo 2008
Egli fa oggetto della sua riflessione la nozione di esistenza umana, nelle implicanze connesse alla sua contrapposizione a Dio C’è un confine insuperabile, anche dalla stessa religione, tra l’uomo e Dio, per cui all’uomo non resta che riconoscere che l’esistenza Individuale è «nulla» di fronte al tutto. Né valgono i tentativi della ragione, sia quella filosofica che quella teologica, di stabilire un nesso di continuità tra realtà divina ed esistenza umana: l’esistenza si qualifica per la sua condizione permanente di «crisi» rispetto a Dio, perché il rapporto con Lui è impossibile. Dio è sempre al di là, sempre «trascendente», e l’esistenza umana è inevitabilmente segnata, per il suo vincolo ineliminabile alla «carne», dal peccato, dalla colpa. La religione e la filosofia devono quindi condurre l’uomo a questa consapevolezza di sé, alla consapevolezza della sua strutturale nullità, della sostanziale vacuità delle sue possibilità, della sua condizione di solitudine. Solo cosí egli potrà aprirsi all’intervento della Grazia, con cui l’eterno s’innesta nel tempo senza intervento attivo e positivo dell’uomo; al quale, invece, nella dimensione temporale non resta altro che operare un «salto» nell’oscuro, nell’incerto, nel vuoto. 

Ogni divino percepito dall’uomo è solamente un proiettare fuori da sé i propri desideri e le proprie aspirazioni, ipostatizzandole (ovvero ritenendole realmente esistenti fuori da sé come realtà autonome). 

Il divino percepito dagli uomini non è il vero Dio, ma solamente l’aspirazione dell’uomo a raggiungere mete più elevate della sua propria spiritualità. L’elevazione umana verso il divino non è quindi “dono” di Dio, ma iniziativa esclusivamente umana.

 

Questa proiezione da parte dell’uomo delle sue stesse aspirazione è, secondo Barth, il tema centrale di ogni teologia: l’umano tratta solo l’umano. L’uomo non può elevarsi al divino, ogni forma di religione è idolatria (porre come divino qualcosa che è esclusivamente umano). Nemmeno l’avvicinamento a Dio per via negativa, ovvero l’avvicinamento che avviene dopo aver considerato l’impotenza umana rispetto allo scacco della sua esistenza finita può condurre al divino, l’uomo non può conoscere Dio partendo da se stesso. Infine, nemmeno le opere terrene possono condurre l’uomo alla salvezza, nessuna opera umana lo rende meritevole di un destino particolare e determinato in base alle azioni compiute entro la vita mondana: Dio è infatti “l’assolutamente Altro”.

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From → Riflessioni

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