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La Trascendenza, il naufragio, lo scacco

Se l’essere sfugge a qualsiasi definizione oggettiva, rappresentando il fondo oscuro che sempre si affaccia alla comprensione ma sempre sfugge, l’essere stesso è Trascendenza. Ovvero, l’essere rappresenta ciò che l’uomo non può mai abbracciare totalmente, ma solo avvicinare, come alla ricerca di qualcosa che giustifichi e chiarisca lo spettacolo del mondo, ma che non potrà mai darsi alla conoscenza dell’uomo nella sua totalità. Proprio per questo, per questa “inarrivabilità”, l’essere è Trascendenza, ovvero totale “Altro” dal mondo.

La Trascendenza è quindi sottoposta all’illogico, proprio perché non può essere compresa come presenza oggettiva e deterministica. Il mondo è quindi principalmente divenire, lo scaturire illogico e senza alcun senso apparente di ogni cosa dal fondo oscuro dell’essere che trascende ogni possibilità di comprensione definitiva.

In questo senso, il mondo intero (il mondo dei fenomeni) è un naufragio, ovvero non un navigare certo nell’immutabile che da sempre è per la filosofia consolazione, ma un continuo essere in balia delle onde della Trascendenza, imprevedibili e non determinabili.

l‘esistenza è il divenire, ovvero il naufragio (il tentativo fallito) di concepire qualcosa di immutabile, mentre tutto è mutevole e diveniente. Il tentativo di concepire l’immutabile è certamente quel sentimento di riparo, quel rimedio, che ogni uomo cerca di instaurare per sentirsi salvo dal naufragio ultimo e supremo della morte.
Al naufragio non si può sfuggire: anche se l’uomo si libera di quegli stessi apparati intellettuali che gli permettono di concepire il naufragio, ovvero si libera, nell’affermazione della sua libertà, della conoscenza scientifica e filosofico-metafisica, anche in questa condizione (e soprattutto in questa), il naufragio si ripresenta al suo culmine, poiché la negazione di ogni apparato scientifico e filosofico porta necessariamente a concepire la vita come divenire supremo, come mancanza certa di senso e immutabilità.

Il naufragio è quindi “naufragio nel tempo“, “annientamento di tutte le cose e di tutte le certezze, di ogni stabilità e immutabilità“. Proprio per questo la condizione della vita dell’uomo è scacco, ovvero impossibilità di andare oltre il suo annientamento. L’uomo non può diventare assolutamente padrone di sé e della realtà, proprio perché vi è quella Trascendenza che sfugge a qualsiasi oggettivazione e ad ogni logica dalla quale scaturiscono tutti gli enti, e lo stesso uomo è un ente, non è l’essere (ovvero la Trascendenza), l’uomo è un “esserci“.
L’esserci è la situazione propria dell’uomo e di ogni cosa di essere “situati” entro una determinata realtà, “situazioni come quella di dover essere sempre in una situazione, di non poter vivere senza lotta e dolore, di dover assumere inevitabilmente la propria colpa, di dover morire“.
Queste situazioni sono “situazioni limite”, ovvero un muro contro cui l’uomo ed ogni cosa sbattono inevitabilmente senza possibilità di attuare un superamento, il muro della realtà, infatti, è invalicabile.

La verità dell’essere risiede nella stessa condizione del naufragio infinito, ovvero è proprio il naufragare certo di ogni verità e di ogni immutabilità a garantire quella libertà del divenire che è la condizione stessa di ogni cosa, ovvero la verità che rende possibile il mutamento e l’annientamento di ogni cosa, come si mostra evidente nella realtà dell’uomo e del mondo.

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Rapporto con il nichilismo, la volontà di eternare

Il naufragio non conduce al “sì” alla vita di cui parla Nietzsche: naufragare è una condizione inalterabile che non si può evitare in alcun modo.
Anche nel “sì” alla vita o nel “sì” all’annientamento (che siano pronunciati da Nietzsche o da quelle forme di nichilismo che intendono affermare la nullificazione di tutto come principio rilevante) vi è una sorta di “perversione”, ovvero la volontà di voltare le spalle alla Trascendenza come possibilità aperta che “grava” sull’uomo necessariamente. Nel nichilismo, nella sua forma più radicale e non solo morale, l’uomo afferma il nulla, ma il nulla non è cosa di questo mondo, perché comunque l’uomo, naufragando, vive, e il rapporto con il naufragio non si può evitare, perché l’esistenza stessa dell’uomo è un rapportarsi necessario con il naufragio.
In sostanza, anche il dire “sì” alla vita si o il vedere in essa “solamente” l’annientamento di tutto, costituisce pur sempre un tentativo di permanere entro la vita e negare la condizione radicale dell’esistenza, che è mutamento e divenire.

Si può notare quindi come la vita dell’uomo sia “volontà di eternare“, ovvero allontanare il più possibile il naufragio, il “deperirsi” e il mutare radicale di ogni cosa. La durata e l’oggettività sono una condizione imprescindibile dall’esistenza degli uomini: in sostanza, da un lato la vita è mutare radicale, dall’altro, l’uomo non può esimersi nel dare un minimo di durata a ciò che pensa e ciò che vive, e in quest’ottica che anche il “sì” o il “no” alla vita rientrano nel percorso della durata e non del puro divenire, impossibile per l’uomo.

Il silenzio e la rassegnazione

Quale comportamento esistenziale risulta più autentico in rapporto alla necessità del divenire?

L’essere si rivela solo nel naufragio dell’esserci, ovvero dell’ente, quindi anche nell’uomo. L’uomo può solo giungere al silenzio di fronte alla domanda sulle ragioni dell’essere, l’angoscia che produce in noi il sentimento del percepire l’essere solamente nel naufragio (“nel finire”) della nostra vita, trova soluzione solo nel silenzio che considera l’essere per ciò che è, senza alcuna possibilità di dire nulla e senza possibilità di trovare un’autentica soluzione a questo scacco.

Tuttavia, dopo il silenzio, può anche subentrare la pace della rassegnazione, ma non un rassegnazione passiva. La rassegnazione è quella condizione di pace della coscienza che finalmente abbraccia l’essere per ciò che è, ovvero quella condizione in cui percepiamo che non vi è alcuna soluzione e mai potremmo comprendere l’oscurità dell’essere trascendente da cui tutto deriva come dal fondo di un abisso.

Anche la rassegnazione e la pace sono condizioni transitorie per la coscienza inquieta dell’uomo, ma quando vi è questo stato egli è sicuramente nel rapporto più autentico con l’essere. La rassegnazione quieta e pacifica concepisce finalmente l’essere per ciò che è e non si pone alcuna domanda sul senso, vivendo l’esserci e nulla più.

La filosofia autentica

La filosofia autentica non è quella che intende matematizzare ed oggettivizzare un qualsiasi aspetto della realtà, sia fisicamente che metafisicamente, ma è la filosofia che si pone nei confronti della realtà come apertura alla possibilità dell’essere trascendente, ovvero apertura al divenire radicale e ad ogni accadimento del mondo, i quali non hanno alcun significato determinato, eterno, immutabile e prevedibile.

La scienza, come funzione propria, prepara in definitiva solo la struttura oggettiva entro la quale ogni fenomeno verrà “ingabbiato” in senso deterministico. La metafisica, dal canto suo, continuerà ad indagare l’eterno come riflesso della volontà propria dell’uomo di eternare la sua vita e allontanare quanto più possibile il suo naufragio, la religione continuerà nel solco della metafisica a concepire Dio come essere immutabile nel quale si cerca la salvezza.

Ma, in definitiva e come più volte ribadito, l’essere è pura trascendenza, ovvero il puro essere “altro” dagli enti e dalle cose, per cui mai l’uomo potrà afferrare nulla di definitivo, ogni oggettivazione dell’essere è, per contro, tentativo fallimentare e inautentico di proporre una qualche forma di anticipazione o di previsione sugli accadimenti del mondo, il quale è, radicalmente e assolutamente, puro divenire, pura imprevedibilità.

Il futuro del cristianesimo è il suo inizio

Incontro con Marco Vannini
Il futuro del cristianesimo è il suo inizio – Audio

Presentazione del libro “Tesi per una riforma religiosa” di Marco Vannini Firenze, 19 gennaio 2007 – Audio

Quale l’avvenire del cristianesimo? In una società dove distanze e confini tra nazioni e culture si fanno ogni giorno più sottili e di conseguenza le tradizioni sbiadiscono poco a poco in tentativi di integrazione multiculturale dai risultati spesso poco convincenti, all’interno del Cristianesimo sembra sorgere una crescente tensione verso la difesa della propria identità e tradizione. E’ questo un arrocco controproducente, che non giova al dialogo e nemmeno alla salvaguardia della propria tradizione culturale e religiosa.
Se si vuole che il cristianesimo riacquisti forza e pregnanza occorre, secondo Marco Vannini, teologo e studioso di mistica, che torni a predicare la sua essenza mistica e divina, quella per cui il parallelismo io-Dio non appaia come una blasfemia o addirittura un’eresia, ma come una via verso la verità: verità che è dentro le cose e dentro il nostro essere.

Vannini e Dawkins a confronto su Dio

Due testi, che più diversi tra loro non potrebbero essere ma che, a mio modo di vedere, sono risultati di una complementarità assoluta e quasi incredibile ed essi sono, come ovvio, “La religione della ragione” di Marco Vannini, Bruno Mondadori e “L’illusione di Dio – Le ragioni per non credere” di Richard Dawkins, Mondadori.   Nell’intento di indicare immediatamente dove si collochi per me detta complementarità riferirò che un dotto amico si è astenuto dal leggere il testo di Dawkins dopo che ebbe letto una critica che incolpava Dawkins di essere un incompetente nel campo della teologia.   Si potrebbe ribattere che i teologi dimostrano in genere una buona ignoranza in campo scientifico, ma la cosa non è nemmeno vera e non è questo il punto.   Il punto vero sta nel fatto che Dawkins, nel suo pervicace e intenso tentativo (secondo me riuscito per quanto riguarda il campo prescelto) di escludere l’esistenza di Dio si limita a considerare le prove scientifiche di detta esistenza o, detto più in generale, le prove che emergono dal mondo (che storicamente si identificano con le famose cinque prove di San Tommaso), non esclusa poi tutta una serie di presunte prove derivanti dall’interiorità umana, in quanto detta interiorità appare come una parte non irrilevante del mondo stesso.     Per Dawkins, in sostanza, l’esistenza di Dio è un problema di piena competenza della scienza (il che, di primo acchito, non ha mancato di meravigliarmi alquanto, ma dopo un po’ di riflessione e dopo aver accettato il punto di vista dell’Autore, la cosa mi è parsa pienamente giustificata) e dunque l’analisi e la soluzione (o non soluzione) del problema dovrà di necessità partire dal mondo.   Tra l’altro il mondo viene sempre e infallibilmente in primo piano quando si tratta di concepire, in un modo o nell’altro, la divinità.   Salvo che non ci si voglia aggrappare a Dio come ad un mero flatus vocis, Dio apparirà nell’una o nell’altra maniera ed anche come il Tutto oppure il Suo Contrario proprio in relazione al rapporto che Egli intrattiene o non intrattiene con il mondo appunto.    Quindi è un po’ banale chiedere ad una persona se crede in Dio, in quanto sarebbe più appropriato chiedere in quale tipo di Divinità essa crede.

 

 

continua…

 

 

Wittgenstein

Comunque sia, ad ogni modo noi siamo in un certo senso dipendenti, e ciò da cui siamo dipendenti possiamo chiamarlo Dio.
 
 
Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.
 
 
Il silenzio, in questo senso, non segue alla scoperta del nulla o del vuoto del mondo, semmai rappresenta l’estremo atto di onestà di fronte alla intuizione della sua brulicante ricchezza, incoercibile a ogni sistemazione.